Opera Magazine

05/04/2026
Michelangelo e il Duomo di Firenze: un legame scolpito nel tempo
Dal David alla Pietà Bandini, l'eredità del Buonarroti nel cuore del Rinascimento
Michelangelo Buonarroti: uno dei più grandi artisti di tutti i tempi e un gigante della storia dell’arte e del pensiero.
Nelle sale del nostro museo trovano posto almeno due opere legate al nome del “Divino”, come lo chiamarono i suoi contemporanei: la celeberrima Pietà, detta “Bandini”al centro della tribuna al piano terreno, e un modello ligneo per il completamento della decorazione del tamburo della cupola, che gli è attribuito.
Ma esistono altre opere che Michelangelo lavorò per ornare la Cattedrale, poi alienate dal patrimonio dell’Opera e, anche testimoniano come il legame tra Michelangelo e l’Opera del Duomo sia stato ben più radicato.
Per cominciare, possiamo dire che Michelangelo si formò studiando con ammirazione le sculture quattrocentesche della facciata della Cattedrale e del Campanile, in particolare quelle di Donatello.
L’esempio più chiaro è il San Giovanni Evangelista di Donato, già nel nicchione a destra della porta centrale del Duomo, che sarà il modello per il celebre Mosè nella tomba di Giulio II a San Pietro in Vincoli a Roma. Ma anche il Geremia del Campanile, dall'aspetto grave di un oratore romano, sarà la figura di partenza per l’elaborazione del David.
Michelangelo, David
Sarà un altro il marmo di proprietà dell’Opera che davvero attirò l’attenzione del giovane Michelangelo: il "Gigante". Così chiamato perché era un blocco enorme, depositato nei laboratori del cantiere della Cattedrale, dove oggi sorge il Museo, sbozzato in forma di uomo a gambe divaricate da due importanti scultori del Quattrocento: prima Agostino di Duccio e poi Antonio Rossellino, che si erano arresi lasciandolo in quello stato.
Il gigante era destinato a ornare uno degli sproni esterni delle tribune della Cattedrale; le sue dimensioni erano proporzionate all’altezza cui era destinato e alla mole della Cattedrale e della Cupola.
Michelangelo ne ottenne la commissione e, tra il 1501 e il 1504, ne estrasse — proprio negli spazi dove oggi si trova il Museo, allestiti a laboratorio chiuso — quello che da subito fu compreso essere un capolavoro assoluto, senza precedenti dai tempi dell’antichità classica: il David!
Ne disse il Vasari
“...e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche, o latine che elle si fussero, [...] con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finì Michelagnolo. Perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; né ma’ più s’è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d’artificio e di parità, né di disegno s’accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o negli altri da qual si voglia artefice.”
Il David di Michelangelo non è semplicemente una scultura; è il manifesto plastico in cui l’Umanesimo cristiano, nutrito di filosofia neoplatonica, trova la sua definitiva sintesi politica. In quest'opera, il giovane pastore d'Israele smette di essere il fanciullo disarmato che affronta il gigante con la sola forza del miracolo: egli diventa egli stesso Gigante, reso tale dalla Grazia divina che abita l'intelletto umano.
La sua celebre nudità non è una condizione di fragilità o mancanza di armi, ma la rivelazione di una bellezza assoluta, corporea certo, ma atta a esprimere una perfezione interiore. In chiave platonica, il David non è un uomo che aspira a farsi Dio, ma è Dio creatore che si manifesta nella perfezione della sua creatura più nobile: la forma fisica diventa lo specchio necessario di una superiore nobiltà spirituale e morale.
Calato nella storia, egli è il difensore degli ideali repubblicani: l’essere umano che non ha bisogno di corazze esterne perché la sua vera armatura è la dignità spirituale, l'integrità morale, e la cui forza non risiede nella spada, ma in un intelletto illuminato che si erge a difesa della libertà contro ogni tirannia, morale e reale.
Carico di questi significati, questo David che ha l’aspetto di Ercole (antico simbolo della forza della Repubblica di Firenze) non fu mai montato a guardia del lato settentrionale della Cattedrale. I nostri archivi conservano un interessantissimo verbale di una seduta del 25 gennaio 1504, richiesta dai responsabili dell’Opera a poche settimane dal completamento della statua, per avere il parere di molti grandi artisti del tempo — tra cui Leonardo da Vinci, Botticelli, Filippino Lippi, Andrea della Robbia e altri — sul luogo più opportuno dove collocare questo meraviglioso colosso. Il David prese quindi la via di Piazza della Signoria, a difendere simbolicamente il governo della città.
Michelangelo, San Matteo
Già alcuni mesi prima, però, l’Opera aveva conferito a Buonarroti un nuovo importante incarico: scolpire in marmo i Dodici Apostoli a grandezza superiore del naturale, da inserire a ridosso dei pilastri sotto la cupola della Cattedrale.
Michelangelo si mise al lavoro sul primo, il San Matteo, ma la statua rimase incompiuta per la partenza dell’artista per Roma, chiamato da un committente importante: papa Giulio II. Quest’imponente figura rimase così incastonata nel marmo informe che ancora la imprigiona, e dentro il quale sembra divincolarsi in eterno per liberare la propria bellezza incompiuta. Il non-finito qui non è un accidente storico, ma la rappresentazione scultorea di un conflitto: l’anima che tenta faticosamente di liberarsi dalla prigionia della materia grezza. Per Michelangelo, l'opera incompiuta diventa l'unica possibile. Il San Matteo è il primo dei suoi 'giganti prigionieri': ci dice che l'idea che l'artista ha in mente è talmente alta e divina che la mano, appesantita dal peccato e dalla materia, non potrà mai tradurla perfettamente.
Custodita per secoli nei depositi dell’Opera, dove fece scuola a generazioni di scultura sulla maniera del grande maestro, nel 1831 fu portata alla Galleria dell'Accademia, dove ancora oggi lo si ammira. Qui la avrebbe raggiunta proprio il David nel 1873 e poi, nel 1909, gli incompiuti Prigioni per la tomba di Giulio II.
Michelangelo, Pietà Bandini
Due capolavori per la Cattedrale dunque finirono altrove; un altro arrivò inaspettatamente. La commovente Pietà Bandini - ovvero il Cristo deposto da Nicodemo, tra la Vergine Maria e la Maddalena - che oggi ammirate nel Museo, non fu infatti commissionata dall’Opera del Duomo!
Michelangelo la scolpì da anziano, tra il 1547 e il 1555 circa, ma a Roma, dove risiedeva ormai da anni, immaginandola per la propria tomba, in una cappella di una basilica dell’Urbe, forse Santa Maria Maggiore, e per questo vi effigiò il proprio volto nella figura di Nicodemo.
Abbandonatala quando vi scoprì difetti del marmo, e anzi, dopo aver tentato di distruggerla, quest’opera commovente fu raccolta da un allievo, parzialmente restaurata, e prese la via di diverse collezioni romane, finché alla fine del Seicento fu acquistata dal granduca di Toscana Cosimo III, che la portò a Firenze e la collocò prima nel mausoleo dei granduchi in San Lorenzo e poi in Cattedrale, alle spalle dell’altare maggiore (dove sostituì l’Adamo ed Eva di Bandinelli, ora al Bargello), facendone così la “Pietà fiorentina” di Michelangelo, accanto alla giovanile "Vaticana" e alla “Rondanini” di Milano.
La Cupola di San Pietro a Roma
Ma il debito maggiore che Michelangelo ha con la cattedrale di Firenze riguarda la cupola del Brunelleschi: senza di essa Michelangelo non avrebbe mai potuto progettare quella di San Pietro. Quella di San Pietro è più alta, ma quella di Brunelleschi è più ampia; quella romana è a base circolare mentre quella di Firenze è ottagonale. Michelangelo per costruire quella romana dovette riprendere l’espediente tecnico di Brunelleschi e cioè costruire una doppia cupola, sormontata da una lanterna e per realizzarla chiese ai suoi parenti fiorentini di inviargli a Roma studi e osservazioni di quella di Santa Maria del Fiore. Secondo l’aneddoto, partendo per Roma, avrebbe detto rivolgendosi al capolavoro brunelleschiano: “Vado a Roma a fare la tua sorella, più grande, ma non più bella”
Michelangelo, Pietà Bandini, dettaglio
Per concludere, però va ricordato che l’ombra di Michelangelo è presente anche altrove.
Nella nostra Galleria della Cupola potete ammirare, attribuito a lui, un modello per il completamento del tamburo della cupola di Brunelleschi.
Questo ricorda l’aneddoto secondo cui il suo caustico giudizio sulla messa in opera del ballatoio di Baccio d’Agnolo, che aveva vinto il concorso per il completamento del capolavoro brunelleschiano, ne interruppe per sempre l’esecuzione. Per dirne l’inadeguatezza proporzionale, rispetto alla maestosa e severa grandezza dell’architettura che andava a ornare, Michelangelo lo definì “gabbia per grilli” e così dopo cinque secoli, quella porzione nella faccia sud-est del tamburo è chaimata in questo modo.
Molto più felice invece, secondo l’aneddoto del Vasari, fu il suo commento alla Porta Est del Battistero, capolavoro di Lorenzo Ghiberti:
“Elle son tanto belle, che starebbon bene alle porte del Paradiso”
disse… e così ancora oggi usiamo questo nome: "Porta del Paradiso".