Opera Magazine

02/03/2026
Le vie della pietra: dal cuore delle cave a Piazza Duomo
Marmi, rocce e argille: la geografia della pelle e delle ossa di Cattedrale, Battistero e Cupola.
Un fastoso rivestimento in marmi bianchi, rossi e verdi ricopre interamente il Battistero, il Campanile e l’immensa Cattedrale di Firenze: un unicum per estensione e raffinatezza. L’“abito” a motivi geometrici bianchi e verdi del Battistero fu realizzato nel XIII secolo, quello del Campanile di Giotto, dove trionfa anche il rosso, è del Trecento, mentre le innumerevoli parti marmoree che fanno da pelle alla Cattedrale furono poste a partire dalla sua fondazione fino al Cinquecento, eccetto la facciata ottocentesca, i cui marmi sono connotati da una fragilità dovuta ai traumi derivati dall’estrazione in cava con l’uso di esplosivi.
Si tratta di un enorme mosaico di centinaia di metri quadrati di lastre piuttosto spesse, abilmente lavorate e messe in opera da generazioni di maestri della pietra, che per secoli hanno seguito i disegni di altrettanti importanti artisti. Ma questo cosmo di pietra non si esaurisce qui: si deve tener conto anche dei marmi dei pavimenti interni, quelli duecenteschi del Battistero e quelli del Cinque- e Seicento della Cattedrale; non si può dimenticare la pietraforte per le strutture parietali e i pilastri, le argille per i mattoni e per le tegole e infine le malte per tenere le parti coese. Per avere accesso a queste materie l’Opera del Duomo elaborò nel corso dei secoli un complesso reticolo di accesso alle cave, alcune nelle immediate vicinanze, altre più distanti e addirittura in territori di altri Stati.
Conosciamole allora le principali di queste pietre.
Il marmo verde, il cosiddetto “serpentino di Prato”, deve il suo nome alla cava da cui veniva estratto, sul Monte Ferrato, nei dintorni del borgo di Figline, vicino a Prato, a circa 30 km da Firenze (la cava è oggi abbandonata). Si tratta di una roccia metamorfica tanto bella d’aspetto quanto fragile: “sbulletta”, come diceva Vasari. Trovò larga diffusione in Toscana, impiegato nella tipica bicromia delle architetture romaniche e, per la sua somiglianza con il porfido verde antico, nelle tarsie tardo-romane in opus sectile.
Il marmo “rosso” invece si estraeva fin dal Trecento da varie cave: un tipo veniva da San Giusto a Monterantoli, nel Chianti, e un altro si prendeva a Monsummano, in Val di Nievole, oggi in provincia di Pistoia. Un caso a parte riguarda il marmo rosso dei primi livelli del Campanile: un calcare rosato con ammoniti. Messo in opera al tempo del cantiere di Andrea Pisano, pare che egli sia andato nella sua terra natale a cercare questo litotipo, attingendo quindi alle cave dei Conti Della Gherardesca presso Avane (Pisa) e Sassetta (Livorno).
Per il marmo bianco l’Opera poteva invece più agilmente attingere a cave di sua proprietà, innanzitutto quelle celeberrime nel territorio di Seravezza, Pietrasanta e Cappella, dove si estraeva quel marmo di lucentezza e candore per cui tutt’oggi è celebre nel mondo. Da lì proveniva il blocco da cui Michelangelo trasse il suo David. Ma il marmo di Carrara era difficilmente trasportabile e il percorso attraversava territori non fiorentini. Si usava allora un’altra cava che si trovava nei dintorni del borgo di Campiglia (Livorno): questo era un marmo noto fin dai tempi dell’Impero romano per la sua alta qualità.
Di più facile reperimento era la pietraforte, l’arenaria marrone-avana usata fin dai tempi antichi per le strutture portanti: le cave si trovavano in città o nelle immediate vicinanze, a Maiano, vicino a Fiesole, in quello che divenne poi il Giardino di Boboli, a Monteripaldi, tra Pian dei Giullari e le Cascine del Riccio, a Monte Oliveto, alle Campora e a Marignolle.
Sorella della pietraforte è un’altra pietra arenaria, il macigno, la pietra serena, di colore grigio tendente all’azzurro, molto più debole e per questo riservata agli elementi decorativi. Una cava si trovava sul versante fiesolano, a Monte Ceceri, e un’altra a Trassinaia, nella vicina collina di Settignano, di proprietà degli Alessandri sul poggio di Vincigliata, tra Settignano e Fiesole.
L’argilla delle tegole e dei mattoni della Cupola era prodotta dalle esondazioni dell’Arno e dei suoi affluenti e non a caso Firenze era famosa per le sue fornaci. I mattoni per la Cupola venivano dalle fornaci delle campagne occidentali: Badia a Settimo, Lastra a Signa e Campi Bisenzio. Le tegole che ricoprono sia i tetti della Cattedrale sia le vele della Cupola venivano fornite dalle fornaci dell’Impruneta, a 10 chilometri da Firenze (tutt’oggi un’eccellenza di fama internazionale).
La malta infine, il “cemento” che serviva a tenere insieme questo caleidoscopio di pietra e argilla, era realizzata impastando una pietra calcarea detta “alberese chiaro” (le cui cave erano a Monte Morello e a Pontassieve) con le sabbie tratte dai renaioli dal letto dell’Arno.
Quando ammiriamo, risplendenti al sole, i nostri templi, anche laddove manca la figura di un dipinto, di un mosaico o di una statua, non dobbiamo vedere solo pietre, non solo ornamento, ma sapienza tecnica, storia e amore per il bello, che coinvolse migliaia di mani e si irradia nel cuore di un territorio ricchissimo: la Toscana.