Opera Magazine

02/02/2026
Il Bestiario del Duomo di Firenze
Gli animali e l'Opera di Santa Maria del Fiore: arte, aneddoti e storia
I nostri amici, gli animali: lungo i secoli hanno silenziosamente accompagnato il lavoro, le imprese e la vita quotidiana degli uomini impegnati al servizio dei monumenti dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Un tempo il loro rapporto con noi era più intenso di oggi: si pensi, ad esempio, che in un luogo come le navate del Duomo, che fungevano da una sorta di piazza monumentale al chiuso, non era insolito vedere persone passeggiare con cani al guinzaglio.
Questo intimo rapporto tra uomo e natura è splendidamente celebrato nei duecenteschi mosaici del Battistero, nell’anello più antico intorno all’oculo, dove coppie di animali si abbeverano alla fonte o all’albero della Vita; sotto, nel primo riquadro delle storie della Genesi, con la Creazione del Mondo, Adamo ed Eva sono in compagnia di buffi pescioni, volatili e bestie selvatiche o addomesticabili. Pochi riquadri dopo, un’intera enciclopedia zoologica prende vita e, a coppie, gli animali marciano ordinatamente all’ingresso dell’Arca di Noè. Negli stessi anni una ignota mano ha poi dipinto dipinto a bicromo le sagome di pesci, galli, gru e altre creature nei matronei del Battistero. Verso la fine dello stesso secolo, nell’antica facciata della Cattedrale, Arnolfo di Cambio effigiò con straordinaria attenzione naturalistica le greggi dei pastori annunciati dall’angelo accanto alla lunetta della Natività di Maria.
Nel Trecento questo amore dell’arte per l’intera natura deflagra: un leone e una leonessa con i loro cuccioli fanno la guardia alla Porta di Balla della Cattedrale; e che meraviglia il cagnolino fedele di Iabal, scolpito da Andrea Pisano, che vigila su pecore e capre in una formella del Campanile di Giotto, o le fiere intagliate nel marmo da Luca della Robbia, cento anni dopo, nello stesso ciclo, che ascoltano incantate la cetra e il canto di Orfeo. Misteriosi, nell’incertezza del significato simbolico che rivestono, sono invece, nella Porta della Mandorla, il buffo putto che lotta contro una lumaca gigante nella cornice del portale e l’orsa che si arrampica su un albero accanto alla Madonna Assunta, scolpita da Nanni di Banco nel XV secolo.
Ancora nel Quattrocento, nelle cornici della Porta nord del Battistero, Ghiberti modellò un’edera abitata da insetti, molluschi e anfibi, raffigurati a grandezza naturale con straordinaria mimesi: tanto veri da sembrare creature vive, mutate per magia in metallo.
Altri animali furono immaginati da questo straordinario artista sul fondo della formella della Porta del Paradiso dedicata a Noè; bellissimo il volo degli uccelli intorno alla punta piramidale dell’arca. Le prodigiose mani di Lorenzo Ghiberti e del figlio Vittorio modellarono anche le cornici di tutte e tre le porte di San Giovanni e qui inventarono festoni di verzure popolati da miriadi di specie di uccelli (cui si aggiunge un curioso estraneo: uno scoiattolo!).
Ma non finisce qui: si scoprono piccoli pesci che nuotano in un’acquasantiera di marmo della Cattedrale; e se poi si alza la testa passeggiando intorno al Duomo, si scoprono, a fare da doccioni marmorei, le teste di un cane, di un lupo, di un leone e di un toro. Quest’ultimo è peraltro protagonista di un celebre aneddoto, secondo cui sarebbe il segno irriverente lasciato da un capomastro contro il marito della sua amante.
Ma gli animali furono ben più che modelli per gli artisti impegnati nei cantieri della Cattedrale; raramente si pensa a quanto abbiano partecipato alla creazione di questi capolavori. Come altrimenti, se non grazie alla forza di muli, buoi e cavalli, si sarebbero potute trasportare le pietre e i legnami necessari a erigere questi edifici e i loro ornamenti? Brunelleschi stesso non avrebbe potuto innalzare la Cupola senza l’aiuto degli animali che muovevano le prodigiose gru, gli argani e le altre geniali macchine di cantiere da lui inventate.
Diversamente, quasi per dispetto, un gatto e qualche uccello, sei secoli fa, hanno lasciato le proprie impronte sulle antiche tegole della Cupola, camminandoci sopra mentre erano ancora molli, lasciate ad essiccare al sole prima della cottura nelle fornaci di Impruneta.
Poi, nell’Ottocento, piazza del Duomo, come le maggiori piazze monumentali italiane, conobbe la diffusione dei piccioni, che da prede di caccia divennero elementi dell’arredo urbano per l’estetica romantica, ma anche causa del grave problema del guano, che colpì soprattutto le sculture della facciata e del campanile. Risalgono già ai primi anni del Novecento le riflessioni tra i responsabili dell’Opera del Duomo su come allontanare questi volatili che imbrattano i marmi dei monumenti: si sa dell’allontanamento forzato di un signore che vendeva sementi per attirare questi uccelli proprio tra la facciata della Cattedrale e il Campanile, concentrando i volatili in uno spazio dove ancora si trovavano gli originali dei marmi di Donatello e Andrea Pisano.
L’Opera ha però trovato un alleato: alzando lo sguardo verso la Cupola di Brunelleschi, potreste scorgere il volo fulmineo del falco pellegrino; da più di trent’anni una coppia di questi predatori, i più veloci del pianeta, ha scelto la Cattedrale di Firenze come propria dimora. Per loro la Cupola e il Campanile sono l’equivalente ecologico di pareti rocciose naturali, che offrono sicurezza, una vista privilegiata per la caccia, e i pertugi inaccessibili delle buche pontaie sono perfetti per la nidificazione. Questi straordinari predatori, ormai amici dell’Opera, tengono lontani i piccioni dai nostri marmi e, nelle mattine dei mesi temperati, si esibiscono in maestose cacce nei cieli della nostra piazza. Il ritorno del pellegrino, che negli anni Sessanta del secolo scorso rischiò l’estinzione a causa dei pesticidi, è oggi un simbolo di rinascita ambientale. L’arte e la natura vanno da sempre mano nella mano e ci insegnano il valore della bellezza e della collaborazione.